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Storiaestorie

di Giorgio Baruzzi

La strategia bellica e l’esercito di Napoleone

“Ero solito dire di lui che la sua presenza sul campo di battaglia rappresentava una differenza di 40.000 uomini in più”. 

(Sir Arthur Wellesley, I duca di Wellington)

 

Capacità di adattarsi alle situazioni concrete

Napoleone non fu uno spirito teorico, ma pratico. Egli seppe con grandissima abilità sviluppare e attuare concretamente idee sulla strategia e sulla tattica bellica ricavate da teorici precedenti. All’inizio della sua carriera fu più dai libri che dall’esperienza diretta che Napoleone trasse le sue più importanti idee strategiche, che poi modificò alla luce delle sue successive esperienze personali, mostrando una grande capacità di adattarsi alle situazioni concrete.

Colpire al cuore

Nel momento in cui si profilava una probabile situazione di conflitto tra la Francia e un’altra potenza, Napoleone si muoveva con grande celerità e decisione, al fine di distruggere l’esercito nemico. La vittoria non era legata tanto al numero di nemici uccisi quanto alla capacità di colpire in modo decisivo l’esercito nemico e di infrangerne la possibilità di opporre resistenza.

Nel 1797 Napoleone dichiarò:In Europa vi sono molti bravi generali ma essi guardano troppe cose tutte in una volta, mentre io vedo una cosa sola e cioè la parte più forte dell’esercito nemico. Io cerco di annientarla, pensando che le questioni meno importanti si sistemeranno da sole. 

Obiettivo della guerra è la distruzione dell’esercito nemico, possibilmente con una campagna rapida e una battaglia decisiva. Lento e scientifico nella fase ideativa dei suoi piani di guerra, Napoleone era invece risoluto ed energico nella fase esecutiva. Pretendeva rapidità e disciplina dai suoi soldati ed effettuava manovre di sconcertante velocità e imprevedibilità per i suoi avversari.

Dispersione e concentramento

Napoleone seppe fondere dispersione e concentramento delle truppe in un’unica operazione bellica, traendo il massimo vantaggio da entrambi e riuscì spesso a sorprendere i suoi nemici. 

L’obiettivo fondamentale era quello di radunare il maggior numero possibile di uomini sul campo di battaglia prescelto. Le marce e le manovre avevano l’obiettivo di ottenere una situazione tattica favorevole. Per Napoleone era indispensabile concentrare al massimo grado le truppe nel momento dello scontro, ma il decentramento prima dell’azione era altrettanto importante. Di conseguenza, Napoleone posizionava il maggior numero di unità a distanza di marcia dal luogo stabilito per la battaglia.

Il fronte che l’armata napoleonica occupava era molto esteso. In tal modo lo schieramento non permetteva al nemico di capire da quale parte sarebbe iniziato l’attacco principale. Inoltre, un fronte ampio consentiva a Napoleone di intrappolare il nemico nell’area in cui egli aveva deciso di concentrare le sue truppe. Infine, il nemico era costretto a sua volta a dispiegare tutte le sue forze per coprire l’intera linea del fronte e questo rendeva più facile colpirlo in modo decisivo. 

La dispersione iniziale lasciava il posto al concentramento delle forze graduato in base a quanto si avvicinava il momento dello scontro. In questo modo Napoleone riuscì a fondere il combattimento con la manovra, eliminando la tradizionale distinzione tra il compiere le manovre e l’ingaggiare la battaglia. Egli fuse la marcia, il combattimento e l’inseguimento in un’unica azione continua. 

La strategia napoleonica

La strategia di battaglia napoleonica è di massima riconducibile principalmente a due schemi: in attacco operò con le manoeuvre sur les derriéres, in difesa con la posizione centrale.

La manoeuvre sur les derriéres (accerchiamento strategico) consisteva in una minaccia diretta alle retrovie nemiche attuata sfruttando la copertura fornita dagli ostacoli naturali dello scenario geografico nel quale si svolgeva di volta in volta la campagna: in Italia il Po, a Ulm i monti del Giura e la Selva Nera.

Mentre il nemico veniva attaccato con un’azione dimostrativa frontale messa in atto da una quota minima di tutta l’armata, il grosso delle truppe si muoveva al riparo dello schermo strategico e attaccava il nemico alle spalle.

Esso era così costretto a combattere in condizioni di inferiorità, perché i rifornimenti erano tagliati e non aveva via di ritirata.

Solo un’esecuzione coraggiosa, un movimento rapido e un uso aggressivo delle forze bloccanti e della cavalleria rendevano possibile il successo di questo schema d’azione.

Con la posizione centrale Napoleone, che spesso si trovò a combattere in condizioni di inferiorità numerica, mirava ad affrontare con la sua armata le armate nemiche separatamente, in successione, prima che potessero ricongiungersi. 

Spostandosi rapidamente nella posizione centrale, Napoleone concentrava la maggior parte delle sue forze contro l’esercito nemico più forte e cercava un rapido scontro decisivo, mentre un contingente secondario tratteneva l’altro esercito nemico il più a lungo possibile. 

Poi attaccava immediatamente l’altro esercito prima che avesse la meglio sulla sua forza di contenimento.

Per confondere e ingannare i nemici e per permettere movimenti rapidi, Napoleone disperdeva le sue forze su un fronte molto ampio e le riuniva solo all’ultimo momento, concentrando rapidamente una forza militare decisiva in un punto critico dello schieramento nemico: la cosiddetta “concentrazione sul campo di battaglia”.

Il fattore tempo e la mobilità

Napoleone considerava il fattore tempo e la rapida mobilità delle truppe come elementi essenziali. Prima dell’azione militare Napoleone studiava con cura puntigliosa tutti gli aspetti della battaglia, considerando i possibili imprevisti, e le opzioni alternative. L’attuazione del piano di battaglia doveva invece essere il più rapido possibile e la mobilità delle truppe ne costituiva un cardine fondamentale.

Tra i fattori che rendevano possibile la rapidità di manovra dell’esercito napoleonico vi erano:

  • L’organizzazione dell’esercito in corpi d’armata;
  • La cieca obbedienza e l’entusiasmo dei soldati che l’imperatore sapeva motivare;
  • Il sistema meritocratico di scelta degli ufficiali e dei generali.
  • Lo sfruttamento delle risorse locali;
  • Lo studio del territorio e degli itinerari più brevi
  • Il pronto e preciso calcolo della velocità di marcia e dello spiegamento delle truppe; 

Le Divisioni e i Corpi d’Armata

Napoleone ereditò dai suoi predecessori un esercito profondamente rinnovato, che egli continuò a potenziare fino a ottenere la formazione più idonea con cui attuare i suoi principi di guerra mobile. Uno degli elementi più importanti del successo napoleonico fu la creazione dei corpi d’armata, unità militari in grado di operare del tutto autonomamente, come piccoli eserciti.

Una delle maggiori innovazioni dell’esercito francese in epoca rivoluzionaria era stata l’adozione delle divisioni, veri e propri eserciti in miniatura che prevedevano la presenza di fanteria, artiglieria e cavalleria. Questo permetteva alle divisioni di resistere agli attacchi di un esercito di dimensioni maggiori fino all’arrivo dei rinforzi.

Nel corso della campagna militare del 1800 il generale Moreau, al comando dell’Armata del Reno, per realizzare una più efficace gestione delle sue undici divisioni, decise di raggrupparle in quattro corpi d’armata, che conservavano le caratteristiche di autonomia d’azione e la composizione multiarma, tipiche della divisione. Napoleone comprese le potenzialità dell’intuizione di Moreau e nel 1804 fece dei Corpi d’armata un’istituzione definitiva.

Un Corpo d’armata francese era di norma costituito da tre o quattro divisioni di fanteria, da una divisione di cavalleria leggera e da varie batterie d’artiglieria. Ne facevano parte anche unità di specialisti del genio e i pontonieri, formalmente aggregati all’artiglieria. Inoltre essa era dotata di servizi medici e di rifornimenti propri, in modo da poter combattere e spostarsi senza il bisogno di dipendere dal comando centrale.

Le dimensioni delle divisioni furono ridotte in media a 10.000 uomini e ciò ne diminuì nettamente la capacità di operare in modo autonomo dal resto dell’armata, ma il loro ruolo originario fu assunto dal corpo d’armata, con una maggiore consistenza. 

Con questo nuovo sistema il Generale in Capo impartiva gli ordini ai vari Generali di Corpo d’Armata, che potevano gestire con facilità le truppe sotto il proprio controllo. Al comando di un Corpo d’armata era posto un ufficiale di alto grado, un militare di carriera esperto al quale era conferito il titolo di Maresciallo.

Ciascun corpo d’armata era nelle condizioni di impegnare a lungo una forza nemica anche molto superiore, mentre le formazioni più vicine potevano giungere in suo aiuto. Questo permetteva all’esercito di muoversi in gruppi divisi tra loro con un notevole vantaggio per la velocità di movimento. L’apparente dispersione delle forze era sempre sotto controllo, dato che l’intero esercito seguiva un’unica regia delle operazioni, benché attuata da formazioni divise, tanto da poter realizzare un concentramento rapido delle truppe appena la situazione lo richiedesse. 

La cieca obbedienza e l’entusiasmo dei soldati che l’imperatore sapeva motivare

Napoleone poté contare sulla pressoché assoluta obbedienza dei suoi soldati, dei quali egli cercò sempre di guadagnarsi con ogni mezzo la fedeltà e la fiducia. Non ci sono dubbi sul fatto che egli riuscisse a conquistarli e a ispirarli con le proprie parole e con il proprio comportamento. Napoleone era sempre presente sui campi di battaglia e riscuoteva un enorme rispetto che spesso era accompagnato da una sorta di venerazione. Era riuscito a crearsi l’immagine di grande, invincibile condottiero, capace di capire i sacrifici dei soldati e di premiarne il coraggio in battaglia. I suoi uomini l’amavano, per il suo almeno apparente interessamento alla loro carriera e al loro benessere. I soldati francesi si sentivano portatori degli ideali rivoluzionari ma potevano anche trarre vantaggi materiali tramite il saccheggio dei territori conquistati.

Il sistema meritocratico di scelta degli ufficiali e dei generali.

Napoleone ereditò dalla Rivoluzione un sistema di promozioni che lasciava aperte le possibilità di carriera a chi aveva veramente capacità e talento. Con tale sistema si potevano selezionare coloro che mostrassero sul campo le propria predisposizione al comando e il proprio valore. Lo stesso Bonaparte, del resto, aveva potuto farsi strada proprio grazie a questo modello. 

Lo sfruttamento delle risorse locali

Napoleone ereditò dalla Rivoluzione anche l’idea di sfruttare le risorse dei territori occupati. Tale scelta si rivelò vincente, soprattutto perché permetteva di non appesantire l’esercito con la fila interminabile dei convogli di rifornimenti che ne avrebbe rallentato la velocità e la flessibilità di manovra.

Lo studio del territorio e delle strade più brevi

Nell’attuazione delle sue campagna militari Napoleone studiava lo spazio geografico “concreto” con grande attenzione alle caratteristiche del territorio. La rapidità di movimento delle sue truppe fu dovuta anche all’individuazione degli itinerari e delle strade più brevi per raggiungere i punti prestabiliti, nonché al preciso calcolo della velocità di marcia e di spiegamento delle truppe.

http://www.warfare.it/tattiche/battaglia_napoleonica.html 

http://napoleon.altervista.org/Regolamento.htm 

Artiglieria, fanteria, cavalleria

L’artiglieria

Napoleone, cresciuto militarmente come artigliere, era pienamente consapevole dell’importanza fondamentale dell’artiglieria. D’altra parte già nel 1793 aveva partecipato in modo determinante, con il grado di maggiore di artiglieria, all’assedio di Tolone. 

Durante le guerre napoleoniche i cannoni assunsero sempre maggior importanza sul campo di battaglia e l’artiglieria francese era indubbiamente tra le migliori d’Europa.

Generalmente un intenso fuoco di artiglieria dava il via alle battaglie. Obiettivo degli artiglieri erano le grandi formazioni di fanteria o di cavalleria che cercavano di colpire trasversalmente, in modo che i proiettili compissero il percorso più lungo possibile attraverso le unità. In tal modo un solo proiettile poteva falciare molti sodati. 

L’artiglieria francese era stata profondamente rinnovata dal generale Jean-Baptiste de Gribeauval (1715-1789), che aveva ammodernato l’arma (munizioni, trasporti, calibri e struttura stessa del cannone) e avviato la produzione di cannoni da 4, 8 e 12 libbre, rispettivamente leggeri, medi e pesanti. Napoleone ordinò la creazione di nuovi pezzi da 6 libbre che avrebbero dovuto rimpiazzare i cannoni da 8 e da 4, svolgendo le funzioni sia dell’artiglieria leggera che media. Tuttavia il loro impiego in misura significativa poté iniziare solo dal 1812.

La fanteria

Normalmente, le fanterie ben addestrate venivano schierate in linea, con una profondità di tre o quattro ranghi, per sfruttare al meglio il volume di fuoco dei moschetti. La mancanza di disciplina e l’inesperienza delle loro truppe aveva indotto i generali della Francia rivoluzionaria a utilizzare un tipo di formazione diverso: la colonna.

La fanteria napoleonica era suddivisa in due principali corpi, la fanteria di linea (Infanterie de Ligne) e la fanteria leggera (Infanterie Légère). La componente maggiore della fanteria francese era rappresentata dai fanti di linea, o Fucilieri. Questi venivano organizzati in battaglioni di circa 4-8 compagnie, alle quali veniva aggiunta una compagnia di fanteria pesante (Granatieri) e una di fanteria leggera (Volteggiatori). Tre o quattro battaglioni erano infine raggruppati in reggimenti di linea, nei quali un battaglione costituiva la riserva.

Dopo il fuoco dell’artiglieria, mentre il rullio dei tamburi scandiva il ritmo di marcia, davanti alla linea di fanteria agivano gli schermagliatori che sparavano contro le truppe nemiche, cercando in particolare di colpire gli ufficiali. La fanteria di linea marciava il più possibile in colonna e poi, a distanza di sicurezza dietro la protezione fornita dagli schermagliatori, si dispiegava in linea. Poi avanzava verso il nemico, contro il quale scaricava i moschetti a distanza ravvicinata. Le formazioni di fanteria si alternavano sulla linea di fuoco, fin quando un’unità riceveva l’ordine di inastare la baionetta.

I successi della fanteria napoleonica furono dovuti principalmente agli schemi di battaglia, al grande impeto dimostrato negli scontri e soprattutto alla velocità di marcia che permetteva alle truppe di occupare rapidamente le posizioni migliori in battaglia. Caratterizzata da grande combattività e vigore negli assalti la fanteria napoleonica era temuta per la sua irruenza offensiva e gli avversari parlavano di “furia francese”.

La cavalleria

Dopo la crisi da essa subita in epoca rivoluzionaria, Napoleone riorganizzò la cavalleria, rendendola una delle più forti d’Europa. Bonaparte riorganizzò la cavalleria in divisioni capaci di operare in modo autonomo. Esse potevano così agire come supporto alla fanteria ma anche come unità principale supportata dalle altre armi. La cavalleria della Grande Armée fu affidata al comando di Gioacchino Murat. 

La cavalleria francese era composta da reggimenti leggeri (Ussari, Cacciatori a cavallo, Lancieri), medi (Dragoni) e pesanti (Corazzieri e Carabinieri). Un reggimento di cavalleria era composto da 800-1200 uomini ed era strutturato su tre o quattro squadroni di due compagnie ciascuno, più elementi di supporto. Ogni reggimento contava una o più compagnie d’élite, formate dai veterani del reggimento. Questa regola non valeva per gli appartenenti alla cavalleria pesante, Corazzieri e Carabinieri, i quali godevano tutti dello status di truppe d’élite.

La cavalleria, inferiore alle altre armi sotto altri punti di vista, era nettamente superiore sul piano della mobilità. Questa qualità aumentava l’imprevedibilità dell’azione e la velocità moltiplicata per la massa provocava una forza d’urto micidiale.

Durante uno scontro tra cavallerie pesanti, il fragore del cozzo tra le formazioni si sentiva per tutto il campo di battaglia. I cavalli procedevano, prima al passo, poi al trotto, e infine al galoppo per gli ultimi duecento metri, divorati in pochi secondi: era uno spettacolo tremendo, un’onda imponente e luccicante di sciabole che faceva tremare e rimbombare la terra, una massa d’urto devastante.

La Guardia Imperiale

La Guardia Imperiale nacque durante la rivoluzione francese come Guardia del Direttorio, poi si trasformò in Guardia consolare. Quando il 10 maggio 1804 Napoleone divenne Imperatore la Guardia consolare si trasformò in Guardia Imperiale e fu poco a poco ingrossata. Nel 1809 la Guardia Imperiale era composta dalla Vecchia Guardia, dalla Media Guardia e dalla Giovane Guardia divenendo una sorta di esercito privato all’interno dell’esercito nazionale. La Guardia Imperiale era caratterizzata da devozione e fedeltà assoluta a Napoleone e i quadrati di quest’ultima si posero a estrema difesa dell’Imperatore il giorno della Battaglia di Waterloo.

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